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Ho ritrovato questa tesina scritta tanti anni fa da da me e mio fratello  per l'esame di Geografia. Ho provveduto  a digitalizzare il testo  per ricrearlo in formato digitale. Spero che questo lavoro posa essere in qualche modo utile e interessante ai lettori. Si è cercato per quanto possibile di mantenere inalterata la strutturazione del  testo dattiloscritto

Mario Ierardi

 

Mario e Pasquale Ierardi

 

 

 

 

L'ISOLA TIBERINA

 

 

 

 

 

 

a.a. 1983-1984

 

 

 

 

L’ISOLA TIBERINA

 

Aspetto fisico

 

L’origine dell’Isola Tiberina resta, a tutt’oggi, non del tutto comprovata, perché i tentativi compiuti dai ricercatori per studiare direttamente e in profondità il terreno dell’isola si rivelarono  infruttuosi.

Malgrado ciò, tutti i geologi che avevano studiato il sottosuolo romano erano giunti alla medesima conclusione: che l'isola fosse di origine alluvionale.

I sondaggi fatti ai margini dell’isola incontrarono materiali sciolti di sedimentazione fluviale e, al fondo, di deposito fluvio-lacustre.

Il D'Ossat allora ritenne opportuno estendere l’indagine alla circonvicina regione collinare studiando le sue formazioni litologiche e la sua evoluzione morfologica. Lo studioso italiano giunse quindi a distinguere due aspetti geologici ben precisi. Una fila, alla destra dell’isola, corre lungo la falda orientale del Gianicolo, dove affiorano sedimenti marini, e più precisamente sabbie e marne argillose, ghiaie, sabbia gialla. L’altra, a sinistra, lungo le pendici occidentali del Quirinale, del Capitolino, del Palatino e del Celio, é composta da tufi vulcanici, interposti a sabbie, marne, tartari, tripoli,  oltreché da sedimenti marini.

Tra queste due enormi file scorre il Tevere urbano.

Nel terreno che ricolma la faglia lungo la superficie della quale sarebbe avvenuto un gigantesco slittamento, sorge  l‘isola Tiberina.

In epoche geologiche remote tufi vulcanici si accumularono nella regione dando luogo a un notevole sollevamento di questa, segnatamente nella zona gianicolense.

Tra questa e la zona costituita dai prodotti del vulcano laziale, il Tevere, divagando nel suo alveo, riprese la sua azione erosiva, allargando il fondovalle, pieno di materiali di deiezione, proprio dove oggi sorge l’isola.

Quando invece, come nota l’Imbrighi, il materiale che i fiumi stessi hanno asportato da regioni più alte viene abbandonato, questa deiezione ha luogo laddove la forza della corrente o specifiche condizioni di terreno costringono le acque a

 

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depositarlo, in forma di depositi alluvionali o di concrezioni che spesso cementano i sottostanti sedimenti alluvionali fino a trasformarli in conglomerati compatti. Nel trasporto meccanico avviene una certa selezione, sia lateralmente, sia verticalmente, quando nel mezzo dell‘ alveo vengono abbandonati i ciottoli più grossi. La deiezione, naturalmente, non sarà mai uniforme: laddove sarà maggiore si formeranno banchi alluvionali presso i quali la corrente si separa in più rami.

Tali depositi affiorano dall’acqua, generando le isole di deiezione. Queste hanno una forma peculiare, a scafo allungato, molto spesso  a forma di battello.  Se  l‘isola Tiberina ebbe una figurazione di  nave, lo  si deve a questi elementi morfologici. E‘ assai probabile,  quindi,come risulta dagli studi del D’Ossat, che  l'Isola Tiberina abbia avuto origine d una o più alluvioni , al pari di tonte altre isole chè si vanno formando nei fiumi, quando, questi, divagano, giungono nelle pianure di fondovalle, a scarsissima inclinazione.

I fiumi, ormai, in fase senile o completa, riducono, o addirittura annullano, ogni forma di erosione o di deiezione.

Il Besnier, servendosi di dati ottenuti dal Genio civile,ha enunciato una sua teoria: l’Isola Tiberina avrebbe avuto origine  da alluvioni f1uviali  d’epoca recente, nel  periodo  in cui il Tevere  regolarizzava il suo corso. Il fiume avrebbe urtato le colline di tufo della riva sinistra, simili al Capitolino e quasi suo prolungamento attenuato; la resistenza di queste colline  avrebbe provocato  una biforcazione delle acque in due canali . Successivamente  le sabbie e il fango si sarebbero sedimentati  sul blocco di tufo, dando origine all’Isola Tiberina.

Il D’Ossat non nega la possibilità che il fondo dell’isola sia costituito da tufo vulcanico; in breve, non scarta  l’ipotesi del Besnier.

 

L’isola Tiberina tra storia e leggenda

 

Per Plutarco l’isola si sarebbe formata dai covoni di grano mietuti in una proprietà dei Tarquini (poi Campo Marzio) e gettati nel Tevere durante una sommossa popolare che portò, nel 5O9 a.C, alla cacciata di Tarquinio il Superbo e all’avvento della repubblica. L’episodio tramandato dallo storico di Cheronea,

 

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per quanto attiene alla genesi dell’iso1a, è  pura leggenda. Va detto per inciso, che la stessa leggenda fu raccolta e ripetuta per spiegare anche le origini dell‘ Isola Sacra, alle foci dello stesso fiume.

Un’altra leggenda ci spiega perché fu costruito un tempio dedicatori a Esculapio proprio nell’Isola Tiberina. Quando. ancora si combatteva la III guerra sannitica, a  Roma scoppiò una terribile pestilenza (293 a. C.) che pareva non dovesse mai finire. Dopo aver consultato i libri Sibillini , le autorità  spedirono  le triremi di Ogunio, capo della ambasceria , nella - città di Epidauro (Peloponneso) dove il culto verso Esculapio, dio della medicina,era molto sentito.

Qui la legazione ottenne il serpente sacro, simbolo della divinità, e tornò a Roma. Allorché la trireme approdò nel porto fluviale di Campo Marzio, si dice che il serpente saltò sulla vicina isola, indicando in tal modo il luogo dove sarebbe sorto il tempio, e la peste si dileguò prodigiosamente.

Questa leggenda avrebbe originato la particolare decorazione dell ‘isola, la cui forma già ricordava quella di una nave:

essa era infatti cinta da una muraglia, mentre tutt’ora esistono nell’isola i resti della prora sepolta, in travertino. Un obelisco doveva rappresentare l ‘albero della nave.

Al posto dell’obelisco, già diroccato, Pio IX fece erigere un tabernacolo di marmo in onore di San Giovanni di Dio.

Il tempio idi Esculapio costruito ove oggi sorge 1’attuale chiesa di San Bartolomeo circondata da portici, sul modello dell’Asklepieion di Epidauro, ma meno bello dell’originale greco, come afferma Margherita Guarducci. I suoi resti si trovano nella chiesa di San Bartolomeo. E’ certo che nell’isola vi fossero culti preesistenti a quello di Asclepio.

Oltre al dio Tiberino,si veneravano Fauno, Vejovis (il Giove infernale) e Dius  Fidius, l ‘arcaica divinità italica garante dei giuramenti (forse l’antico Juppiter Jurarius).

In fin dei conti, l’introduzione del culto di Esculapio comportò per i Romani l’instaurarsi di legami sempre più stretti con l’avanzata medicina greca, nonostante la strenua opposizione dei conservatori Romani, primo fra tutti Catone.

Dal popolo però Esculapio fu accolto con benevolenza, perché sembrava esaudire le preghiere degli infermi.

 

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Si affidavano a lui soprattutto più indigenti, non in grado di consultare o avere un medico greco.

Ma vi era pure qualche facoltoso che elargiva cospicue somme al  dio. Antonino Pio, per celebrare il nono centenario della fondazione dell’Urbe, fece imprimere  su un medaglione bronzeo l’arrivo del mitico serpente.

Ma l‘ interesse dei potenti per il dio greco perdurò anche dopo il II secolo  d.C.

L’immagine del dio Esculapio, infatti, comparve spesso sulle monete della famig1ia dei Severi.

Nell’Isola Tiberina doveva esserci un continuo via-vai di medici, di malati contagiosi, poveri o addirittura schiavi, e dei rispettivi parenti, oltreché di curiosi e semplici fede1i.

Nell’isola e presso di essa, nell’alveo del Tevere, furono ritrovati, oltre a dediche votive, innumerevoli ex-voto, di solito, in terracotta. Questi doni venivano offerti dai fedeli per auspicare la guarigione delle malattie o per ringraziare di averla ottenuta, per se stessi o per i propri parenti.  Ma alla fine il culto di Esculapio si estinse, sia per la concorrenza di altre divinità salutari (p.e.Iside e Serapide), sia per la manifesta ostilità. del Cristianesimo verso le divinità pagane.

La leggenda vuole  che  1’ apostolo Bartolomeo abbia fatto crollare cc le sue preghiere il simulacro ove era custodito il dio Esculapio.

Ben presto culti cristiani subentrarono a quelli pagani. Pare che proprio nell’area del tempio di Esculapio venisse

dedicato un oratorio ai santi Exsuperantius e Sabinus, martiri sotto Massimiano. Sorsero, in seguito due chiesette, l’una di Maria, l’altra di San Giovanni Battista. Quest’ultima, sorta  nell’area consacrata  un tempo ad Juppiter Iurarius ,  venne dedicata, forse nel IX secolo, al  giovane asceta Giovanni Calibita, morto a Roma in concetto di santità.

Nell’ anno mille Ottone III fece costruire una chiesa in onore del vescovo  di Praga S. Adalberto, che aveva subito il martirio nella Prussia (997).  La nuova chiesa accolse, oltre ai resti del martire, anche quelli di San Paolino da Nola e dell’apostolo San Bartolomeo.

I resti dell’ apostolo  finirono per dare il nome alla chiesa

 

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stessa.

Data la sua posizione, la basilica  fu più volte danneggiata dalle inondazioni. Nel 1557 una rovinosa inondazione distrusse parte della basilica, deteriorando le pitture murarie e i mosaici del pavimento.

I lavori di ricostruzione terminarono sotto il pontificato di Urbano VIII (1623- 1644). Come si è già osservato, la basilica fu eretta dove una volta sorgeva il tempio di Esculapio.

Il pozzo medioevale, che ancora oggi esiste presso l’altare della chiesa, corrisponderebbe alla fonte del tempio.

La vèra (o anello o collo) del pozzo risale al X secolo e fu ricavata squadrando il tronco di una antica colonna.

Sulle quattro facciate compaiono le figure di Cristo, di S. Adalberto, di S. Bartolomeo e di Ottone III.

Numerose furono le istituzioni sorte nell’isola.  Ne ricordiamo le più importanti sotto il profilo sociale e culturale.

I1 Col1egio Missionario Internazionale  sorse nel 1710 per la preparazione dei giovani missionari francescani e svolse la sua attività sino al 1874. Fu frequentato anche da S. Paolo  della Croce, il fondatore dei Padri Passionisti.

Un’altra istituzione particolarmente significativa fu la così detta Confraternita dei “Sacconi Rossi”, dal colore degli abiti, sorta nel 176O. Dal giorno della fondazione in poi i devoti si recavano ogni sera al Colosseo per meditare sulla Passione di Cristo on la pratica della Via Crucis, in sollievo delle anime del Purgatorio; inoltre si erano assunti l’impegno di pregare per gli affogati nel Tevere e di curare le loro esequie.

La Confraternita ebbe l’approvazione definitiva nel 1776 da parte di Pio VI, che volle benedire i sacchi personalmente.

Il Papa accordò alla Confraternita il possesso di un oratorio (a sinistra della basilica di S. Bartolomeo) e permise la costruzione di un cimitero sotterraneo per la sepoltura dei fratelli defunti.

Tra i numerosi riti religiosi dei Sacconi Rossi possiamo ricordare almeno la festa che commemorava il martirio di San Bartolomeo apostolo , la processione  in chiusura dell’Ottavario dei defunti  e “La contemplazione della morte”.

Queste  cerimonie, spesso molto suggestive, attiravano enormi

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folle di fedeli.

Riguardo alla scuola,si rileva l’esistenza di corsi scolastici regolari riservati ai dipendenti ospedalieri interni per la qualificazione e la specializzazionespan style="mso-spacerun:yes">  del personale paramedico,  corsi che hanno generale riconoscimento nell’ ambito provinciale come in quello regionale.

Per quanto concerne la politica, e le elezioni in particolare, tranne i degenti e il personale ospedaliero, che di regola votano in loco,tutti gli altri elettori devono recarsi a votare oltre il Tevere, nel quartiere ebraico.

 

Padre Andrea Martini

Nell’isola Tiberina, il francescano Andrea Martini tutt’ora compie opere artigianali, ma che in realtà sono autentiche opere d’arte, note a livello mondiale. Questo padre avellinese nutrito di cultura classica, teologica e artistica ha realizzato pitture e sculture traendo ispirazione da soggetti prevalentemente religiosi (p.es. S.Francesco), ma non disdegna  nella pittura di ritrarre anche il paesaggio naturale. Ultimamente il Martini si è dedicato soprattutto alle  opere scultoree (per rappresentare i soggetti sacri) le quali denotano nel lirismo descrittivo e nella freschezza delle notazioni l’ispirazione verso i modelli scultorici del mondo classico, ammirati e recepiti nei loro valori umani e per i loro mezzi espressivi. In questa unione dell’umano e divino il Martini esprime le sua arte plastica. In ciò non si esaurisce l’attività operativa del Martini in quanto si è anche dedicato al restauro di vani (adiacenti alla Basilica di S.Bartolomeo) che sono stati adibiti a luogo di esposizione di modelli e bozzetti dello stesso restauratore.

Un’altra attività artigianale, ma con valore preminentemente pratico, è quella svolta da un materassaio.

 

L’ospedale dei “Fatebenefratelli” .

S. Giovanni di Dio, al secolo Giovanni Ciudad, nacque in Portogallo intorno al 1495 e mori 1 ‘8 marzo 1500.

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La sua vita fu improntata alla fede e alla canta verso i poveri e i malati. La sua ardente fede fu ritenuto da taluni un folle, ma il suo esempio non mancò di attrarre numerosi giovani. Fu il fondatore dei ’Fatebenefratelli’ l’ordine monastico che tuttora gestisce l’ospedale omonimo. A vent’anni dalla morte del santo, i suoi discepoli svolgevano 1a loro opera a Roma.

Uno di questi, Pietro Soriano, aveva ottenuto da Pio V l’approvazionespan style="mso-spacerun:yes">  del nascente Ordine ospedaliero, di cui fu il primo priore generale. Dopo aver fondato a Napoli il primo ospedale italiano dell’ ordine, il Soriano tornò a  Roma per fondarne un secondo, che fu aperto il 25 marzo 1581 a Piazza di Pietra: in realtà non si trattava di ospeda1e vero e proprio, ma dei resti di un antico tempio che Antonino Pio aveva fatto erigere nel 145 d.C. in onore del padre. Benchè in pessime condizioni, l’edificio fu trasformato dai frati in un ricovero ove poter accogliere e curare i malati. Ben presto fu necessario reperire una  sede più ampia. Si pensò  allora di riutilizzare gli edifici semidiroccati dell’isola.  Come al solito, l ‘unico problema fu quello di reperire fondi sufficienti alla realizzazione del progetto. Un aiuto decisivo venne de papa Gregorio XIII , che vo1le assegnare ai frati la Chiesa del Calibita e l’attiguo  ospedale, che ricevette in dono tremila scudi. Ma poiché la chiesa del Calibita era sede della Compagnia dei Bolognesi, il papa dovette dar loro in cambio la Chiesa di  S.Catherina della Ruota. Con i soldi ricevuti al papa, i “Bonfratelli” (cosi erano chiamati dei romani) acquistarono dai bolognesi nel 1584 il convento adiacente la chiesa del Calibita

A parte le donazioni ricevute dai nobili, i frati, sull’esempio del loro Padre Fondatore, facevano la questua per le strade di Roma, al principio della notte, portando con loro una croce, una cassètta di legno una cesta Una volta attirata l’attenzione, (i frati raccomandavano la preghiera e ricordavano la brevità della vita e le vanità dei beni terreni.  Poi, a voce più alta, esclamavano “Fate bene, fratelli, a voi stessi, per l’amor di Dio ! ‘Fate bene fratelli ! ”.

Con i soldi ricavati, i frati trasformarono il convento in ospedale con corsie, dispense, lavanderia e infermeria.

Ma i problemi non si fecero attendere: grave era soprattutto

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la carenza di posti-letto  nonché della biancheria.  Spesso era necessario mettere due persone nello stesso letto, con conseguenti risse tra i ricoverati, sedate dalla forza pubblica. Una situazione critica, ma non unica, se è vero che l’Hotel Dieu, il più grande ospedale parigino, ospitava fino a otto degenti nello stesso letto.

Al. momento del ricovero i frati lavavano i piedi ai malati come atto di carità e per prevenire eventualispan style="mso-spacerun:yes">  infezioni, poiché molti erano privi di calzature.

D’estate i frati , giravano con le cariole, primitive ambulanze consistenti in un carretto con giaciglio.

Nel 1591 una grave epidemia di peste colpì la città di Roma, mietendo moltissime vittime. I frati pestarono il loro soccorso ricoverando nell’ ospedale un gran numero di persone contagiate dal morbo (240 erano i posti letto disponibili) meritandosi, per questa opera caritatevole, l encomio solenne di papa Gregorio XIV. L’opera umanitaria dei frati continuò nel corso delle successive pestilenze che colpirono Roma, e l’isola fu adibita a lazzaretto per la sua posizione appartata rispetto alla città.

Un periodo difficile, per il”Fatebenefratelli”,si aprì nel l870 con la breccia di Porta Pia: l’ospedale nell’isola fu tolto ai “preti”.

In seguito la gestione dell’ ospedale passò al Comune, e ai frati fu consentito di continuare la loro attività, a condizione di venir meno ai vincoli monastici. Con la presa di possesso dell’ospedale da parte del Comune, iniziarono con celerità i lavori di ampliamento e di miglioramento delle strutture.

Ma dopo pochi anni il Comune dovette cedere il luogo di cura ad una commissione istituita per gli ospedali di Roma, che però lo rivendette per 400 mila lire ai Fatebenefratelli.

Nel corso del secondo conflitto mondiale, i frati accolsero gli ebrei ricercati  dalle truppe tedesche e ospitarono anche una trasmittente con la quale il Cnl (Comitato nazionale liberazione) comunicava con gli alleati.

Oggi l’ospedale contiene 369 posti letto e a livello organizzativo e strutturale non ha nulla da invidiare ai migliori ospedali, tanto è vero che il “Fatebenefratelli”

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contiene ben due divisioni di medicina e chirurgia generale e cinque settori specialistici. Ma questo non è tutto, perché vi è un progetto,che porterebbe ad una migliore strutturazione dei servizi dell’ospedale e ad un ampliamento di molti settori (p.es. que1lo di ostetricia e ginecologia), riducendone solo alcuni (p. es.  lo spazio dedicato alla cappella e  all’ossario).

L’ordine dei atebenefratelli  ha ampliato i suoi orizzonti, in quanto gestisce a Roma anche un’altro ospedale: la clinica”S.Pietro sulla via Cassia,oltre a più di 200 ospedali nel mondo.

 

La zona dell ‘Isola Tiberina e  ponti.

 

Secondo una antica tradizione, Roma sarebbe sorta come centro agricolo sul colle Palatino. Bandinelli arriva al punto di confutare questa tradizione, sostenendo che il primo nucleo dell’Urbe nacque come centro commerciale, nei pressi dell’isola Tiberina; perchè guarda caso, il luogo dove confluivano i molti canali di traffico (coni Sabini, con gli Etruschi, ecc. ) trovava naturale sbocco nei pressi dell’isola Tiberina, perché 1ì fu  possibile per i Romani costruire il primo ponte che unisse le due sponde, in quanto proprio in quel punto le acque del biondo fiume erano più basse. Se non ci fosse stato quel nobile fiume e quell’importantissima via commerciale che passava vicino all’isola, quei villaggi sul Palatino, dei quali ci rimangono tracce dell’esistenza di primitive capanne, sarebbero rimasti dei centri di poca importanza,con scarse possibilità di evoluzione. Il Sublicio, quel primitivo ponte sul Tevere, a valle dell’isola Tiberina, divenne indispensabile per la comunità primordiale, come via dì traffico di merci, uomini e quindi di idee. Allo sbocco del ponte sorsero, quindi, delle importanti aree di transito e di commercio, come ci testimoniano il Foro Boario e il Foro Olitorio ,i quali erano rispettivamente il mercato del bestiame e quello delle verdure.

Ma dobbiamo risalire al I secolo a.C. per trovare i primi ponti che unissero l’isola alle due sponde del Tevere; questi ponti sono il Fabricio (o anche ponte dei Quattro Capi) e il Cestio.

Il ponte Fabricio (lungo 62 metri e largo 5,50) unisce l’isola alla riva del Campo Marzio, all’altezza del Teatro Marcello.

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Un’iscrizione ripetuta per ben quattro volte in parti diverse del ponte ci testimonia il nome del costruttore: un certo Lucio Fabricio, curatore delle vie (curator viarum). Nel st1:metricconverter ProductID="23 a" w:st="on"> 23 a.C. ci fu un aumento del livello delle acque che causò la distruzione del Sublicio e il danneggiamento del Fabricio; questo ultimo fu restaurato, probabilmente nel 21 a.C., sotto il consolato di Marco Lollio e Quinto Lepido, i quali fecero scrivere i loro nomi sul ponte. In seguito ci furono altri restauri sotto il pontificato di Eugenio IV (1431-47) e di Innocenzo XI (l676-89). L’altro ponte è il Cestio, il quale unisce l’isola alla riva di Trastevere. Il ponte fu costruito da un certo Cestio, tra il 62 e il 27 a.C.  Probabilmente il Cestio subì maggiori restauri del Fabricio, perché il flusso delle acque in quella zona era più impetuoso. Il ponte subì un restauro per ordine degli imperatori Valentiniano, Valente e Graziano (370 d.C.), e da allora fu chiamato Graziano; ma benché demolito nel 1888, il nuovo ponte continuerà a chiamarsi Cestio, conservando la vecchia iscrizione dei tre imperatori che era presente nel ponte prima che fosse distrutto

Mario e Pasquale Ierardi.

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BIBLIOGRAFIA

- BANDINELLI .B. L’arte romana nel centro del potere, Rizzoli, Milano, 1981.

- COARELLI F. Guida archeologica di Roma,Laterza,Bari, 180.

- DE ANGELIS D’OSSAT G. L’isola Tiberina è di origine alluvionale?, Bòll. Soc. Geog. It. Roma,1944.

- D’ONOFRIO C. Il Tevere,1980.

- GUARDUCCI L.,  L’isola Tiberina e la sua tradizione ospitaliera,  Rendiconti Lincei, 1971.

- IMBRIGHÌ G., Come è nata l’Isola Tiberina?, Osservatore Romano, 15 gennaio 1950.

- IMBRIGHI G L’ isolotto romano della salute nacque  da una piena del Tevere, Il Quotidiano, 6 dicembre. 19 52.

- MARTIRE E. L’isola della Salute, Rassegna Romana, Roma,1934.

- SANTOIEMMA M.  L’isola Tiberina, Istituto di scienze etnoantropologiche dell’Università,L’Aquila, l984.

- SPADILLI L. Abbiamo percorso il Tevere dalla sorgente a Roma, Il Messaggero, 24 luglio 1960.

-TRALICCI C. Il “Fatebenefratelli” compie 400 anni, Il Giornale d’Italia, 1984.

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