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Presentazione

Gentili navigatori di Internet, vi presento un estratto di un articolo pubblicato su una rivista.Il suddetto e' stato realizzato in tempi molto ristretti e quindi mi scuso anticipatamente se ogni tanto si notano alcuni problemi stilistici.

Roma, 27 ottobre 2000

Mario Ierardi

 

                                                                   

 

"Mens sana in corpore sano"
(Giovenale, Satire, X, 356)

"Tutti i lottatori si sottopongono
ad ogni sorta di astinenze; ed
essi lo fanno per guadagnare
una corona corruttibile, noi
invece per una corona eterna ".
(I Corinti I, 9, 24)

Lo  sport nel  mondo  antico  e  nella  societa'  moderna

di Mario Ierardi

1. Premessa


Il termine sport deriva dall'inglese, ma risale a sua volta dal francese antico desport, cioe' "diporto". Alla base dei suoi valori vi e' la concezione che lo sport non deve perseguire delle finalita' pratiche in quanto il suo unico scopo e' lo svago, il diletto e l'educazione fisica. Sulla base di questa definizione possiamo andare indietro nel tempo per cercare le origini dello sport: quando le attivita' concepite in termini utilitaristici diventano pratiche sportive. La lotta o la caccia, per esempio, hanno origini antichissime, ma diventano uno sport quando perdono il fine essenzialmente pratico legato alla alimentazione o alla sopraffazione. In alcune pitture tombali degli antichi Egizi viene raffigurato il faraone intento alla caccia con l'arco: il suo gesto assume i connotati sportivi in quanto il sovrano voleva dimostrare la sua forza o la sua destrezza. In una stele Mesopotamica del II millennio a.C. sono raffigurati due personaggi che si affrontano a pugni chiusi. Questa sembra essere la piu' antica manifestazione del pugilato inteso in termini sportivi e non come semplice lotta per la sopraffazione. Allo stesso modo anche la ginnastica ha origini antichissime: pare che fosse gia' praticata in Cina nel III millennio a.C.

 

2. Lo sport in Grecia


Il concetto di sport inteso in senso ampio e diffuso trova la sua completa attuazione con i Greci e con le Olimpiadi. Questa derivazione con il mondo greco si trova anche della stessa terminologia sportiva (atleta, palestra, ecc.). Le Olimpiadi si svolsero per la prima volta nel 776 a.C. su iniziativa del il re Ifito. Questi giochi venivano indetti ogni quattro anni e in tali occasioni si interrompevano le guerre per consentire agli atleti delle varie regioni della Grecia di pervenire sui luoghi delle gare. Inizialmente le Olimpiadi prevedevano solo la corsa a piedi, ma poi compresero anche altre gare e nella maggior parte di queste discipline possiamo individuare gli antesignani degli sport moderni: la lotta, il pugilato, l'equitazione, il penthatlon. Quest'ultimo consisteva in cinque prove atletiche che risultano diverse da quelle del phentatlon moderno. Per i Greci l'esercizio fisico veniva inteso come culto del corpo, ma anche come dimostrazione di coraggio, lealta', edonismo, agonismo. Lo sport doveva essere avulso da finalita' pratiche o di lucro. I vincitori venivano visti come degli eroi e le loro vittorie erano nobilitate dai poeti, dai cantori e dagli scultori. (1)

 

3. Lo sport a Roma


Per i Romani lo sforzo fisico non poteva essere inteso secondo lo spirito ellenico. Ritenevano che lo sport, come veniva praticato in Grecia, risultava inutile e insulso in quanto privo di finalita' pratiche come, per esempio, la prospettiva che lo sforzo fisico era svincolato dall'educazione militare. Per i Romani, inoltre, risultavano intollerabili le nudita' degli atleti greci. Tuttavia l'interesse per i giochi era fortissimo, ma veniva letto in una chiave cruenta e spettacolare perche' doveva soddisfare i bassi istinti del popolo. Il calendario dell'Urbe vantava una vastita' di feste, celebrazioni, giochi ed altre ricorrenze e di fatto si puo' dire che mediamente un romano lavorava un giorno su tre. Nella celebre frase "pane e circenses" gli imperatori trovarono il rimedio contro le forme di malessere sociale: scongiurare la noia del popolino, ma soprattutto prevenire le possibili rivolte. Alla dimensione laica dei giochi, bisogna associare anche quella religiosa che si legava a simbolismi astrali o alla perenne lotta tra il bene e il male. I giochi, infine, avevano il loro epilogo rassicurante nella certezza del trionfo della civilta' romana sui barbari e nella punizione dei malfattori che espiavano le loro colpe venendo uccisi nell'arena. A Roma gli spettacoli pubblici si suddividevano in tre categorie: i ludi circenses, i ludi scaenici e i munera. Quest'ultimi erano gli spettacoli gladiatorii veri e propri. Tra i circenses rientravano tutti gli spettacoli che in genere si svolgevano nel circo: i munera (o ludi gladiatorii), le pubbliche esecuzioni dei condannati a morte che venivano gettati in pasto alle fiere (ad bestias), le battaglie navali (naumachiae), le gare dei cocchi, le venationes (uomini che combattevano contro leoni, tigri, elefanti, orsi, bufali e rinoceronti) e le rappresentazioni teatrali o mitologiche dove il protagonista moriva sul serio. Queste suddivisioni non devono essere viste in modo rigido in quanto in molte occasioni le diverse pratiche si svolgevano contemporaneamente. Tra le varie nefandezze attuate durante i giochi ricordiamo che in occasione dell'inaugurazione del Colosseo si curo' la rievocazione del mito del brigante Lareolus che dopo aver compiuto numerosi delitti subi' il supplizio della crux. Per rievocare questo mito il protagonista fu realmente crocefisso e contro di lui gli fu scagliato un orso inferocito che dilanio' in tal modo il malcapitato che delle sue membra non si scorgeva nessuna sembianza umana (2).

 

3.1. I combattimenti tra gladiatori


Si ha notizia di combattimenti di gladiatori che si effettuavano in Grecia, Egitto, e in Mesopotamia. Questa pratica sembra che sia stata importata in Italia dagli Etruschi i quali furono anche i primi ad utilizzarla nella nostra penisola. Alcuni hanno collegato questa usanza a delle pratiche relative a sacrifici umani usate dai Campani o dagli Etruschi in occasione dei funerali di un personaggio eroico. L'Urbe non conosceva questa tradizione in termini cosi' cruenti: i giochi gladiatori comparvero a Roma intorno al 105 a.C. e gli scontri si svolgevano tra coppie di combattenti in cui il vinto poteva sempre aver salva la vita. (3). In generale possiamo dire che fino alla morte di Cesare rimasero ricollegati e vincolati al rituale funerario. L'usanza, in seguito, degenero' e si allargo' alla pratica del combattimento visto come spettacolo. A Roma erano i pretori in carica che si preoccupavano del regolare svolgimento dei munera; dovevano essere svolti due volte l'anno, ma Tiberio dopo aver regolamentato quelli ordinari ne indisse molti altri straordinari. La monotonia dei munera veniva talvolta spezzata da i munera sine missione (un gladiatore affrontava un uomo disarmato) dalle venationes (i gladiatori venivano contrapposti alle bestie feroci) o nell'usanza di dare gli uomini inermi in pasto alle belve come si verifico' con i numerosi martiri cristiani (ad bestias).  Sappiamo che 10.000 uomini morirono sotto Augusto (27 a.C. - 14 d.C.) quando furono svolti otto spettacoli gladiatori. Questo non fu l'unico caso eclatante, perche' un numero analogo di persone mori' durante il principato di Traiano (98-117 d.C.).

 
Con Commodo (180-192 d.C.) la gladiatura conobbe un momento di "gloria", perche' lo stesso imperatore scendeva nell'arena cimentandosi in duelli con bastoni, ma anche contro i gladiatori e le bestie feroci. Si vestiva da "Ercole romano" e con la clava uccideva un numero interminabile di belve, mentre quando faceva il gladiatore sembra che uccise circa mille reziari (4)

Per molti era difficile resistere al fascino degli spettacoli cruenti e questo trova testimonianza in S. Agostino e Seneca. Con la graduale affermazione del Cristianesimo questi spettacoli cominciarono ad umanizzarsi, per infine ridursi ed estinguersi.
Di fatto, con l'editto di Berito del 325 d.C. Costantino abolisce i giochi gladiatori e trasforma la pena della condanna a morte che veniva espiata nell'arena (damnatio ad gladium) nei lavori da condurre in miniera

Tuttavia, i giochi gladiatori non si estinsero completamente, perche' in alcune occasioni continuarono ad essere praticati fino al V secolo. I combattimenti furono definitivamente aboliti sotto Onorio (395-423 d.C.), ma continuavano le venationes, che cessarono di essere praticate solo nel 523 d.C. In conclusione esaminiamo come venivano vissute queste manifestazioni dalle diverse civilta'. La tradizione pagana vedeva nei giochi dei gladiatori la prosecuzione dei sacrifici umani che anticamente venivano compiuti in onore delle divinita'. Secondo Ausonio, per esempio, il sangue dei gladiatori doveva servire per placare il dio Saturno. La tradizione cristiana, invece, condanna tutti gli spettacoli. Su questa linea si inseriscono Tertulliano, Minuncio Felice e Lattanzio. Quest'ultimo affermava che chi gioiva nel vedere sgozzare un uomo, anche se la sua condanna era giusta, sporcava la propria coscienza perche' diventava spettatore e complice di un omicidio (5).

 

3.2. Il reclutamento dei gladiatori


In epoca romana i gladiatori inizialmente erano reclutati tra i condannati a morte o tra gli schiavi, come Spartaco, catturati in guerra. In ogni caso erano degli uomini caduti in bassa fortuna. Tuttavia successivamente partecipavano ai munera anche gli uomini liberi. Quest'ultimi facevano i gladiatori per professione: il loro scopo era il guadagno e, a differenza degli altri, non combattevano fino alla morte.

 

3.3. L'arte di saper morire e di saper sopravvivere
I gladiatori erano mantenuti dagli impresari degli spettacoli (lanistae) che si preoccupavano di fornirli ai magistrati che volevano organizzare i giochi. Praticavano il loro addestramento in alcune scuole speciali (i ludi) e conducevano una vita sostanzialmente tranquilla. Ai gladiatori veniva insegnato come dovevano morire sull'arena. Si preoccupava di far cio' il lanista. Lo sconfitto doveva saper morire con dignita' e con stile porgendo volutamente la gola a colui che doveva ucciderlo. Con squilli di tromba si salutava il vincitore che con gesto teatrale faceva roteare la spada prima di affondarla nel collo del vinto (6). Se il gladiatore sconfitto mostrava di aver combattuto degnamente poteva essere graziato per volonta' del pubblico che chiedeva la sua salvezza. Alla fine di ogni scontro, alcuni uomini intervenivano mascherati da Caronte e passavano tra i caduti . Con delle verghe constatavano se fossero morti, e, in caso contrario, li finivano a colpi di martello in testa. Altri inservienti entravano, invece, con la maschera di Mercurio e trascinavano via i cadaveri con degli uncini. Alcuni schiavi, invece, intervenivano per togliere la sabbia insanguinata e ne spargevano di fresca per i combattimenti successivi.


 

3.4. Le regole e le armi


I gladiatori erano suddivisi in base al tipo di arma che usavano. Le regole nei combattimenti stabilivano in linea di principio che tra i duellanti vi doveva essere un certo equilibrio anche se erano armati in modo diverso, perche' lo scontro doveva essere incerto. Tra i diversi tipi di gladiatori ricordiamo che alcuni combattevano con la spada corta (il gladio, da cui presero il nome) altri dovevano affrontare l'avversario con una rete e un tridente, ed erano detti reziari. Di solito anche i gladiatori piu' abili non riuscivano a rimanere in vita per un periodo superiore ai cinque anni.

 

4. Le gare con i carri


Nelle gare con i carri si cimentarono anche Nerone e Commodo. Gli aurighi guidavano il cocchio stando in piedi. I cavalli e i guidatori che avevano ottenuto numerose vittorie erano acclamati dalla folla: lo stesso Marziale riferisce che lui, come poeta, era famoso, ma il cavallo Andr�mone era forse piu' conosciuto di lui. Nelle gare con i carri gli aurighi portavano una corta tunica, un elmetto in metallo e vestivano i colori dei diversi partiti sportivi (factiones) che si contendevano la vittoria. Le fazioni, di solito, potevano assumere alcuni colori: la bianca, la turchina, la rossa e la verde. I cocchi si ponevano lungo la linea di partenza e il magistrato che aveva promosso i ludi sventolava un fazzoletto bianco per segnalare il momento della partenza.

[Omissis]

 

5. Lo sport moderno e l'interpretazione cristiana.


Nel Medioevo lo sport rimase legato a finalita' strettamente utilitaristiche e rivolte alla sopravvivenza del singolo: risultava utile, per esempio, quando veniva impiegato per imparare ad usare le armi. Intorno al Mille lo sport ebbe un risveglio, almeno nelle classi nobiliari, con la pratica dei tornei cavallereschi. Con il Rinascimento si ebbe una straordinaria fioritura delle attivita' sportive attraverso alcuni sport come la scherma e l'equitazione. Si deve alla societa' inglese dei secoli XVIII e XIX le origini del concetto moderno di sport inteso come "diporto", svago, momento di evasione dal quotidiano, coscienza del rispetto delle regole e dei valori su cui si fondava, nonche' pratica di una serie di movimenti finalizzati non solo allo svolgimento dell'attivita' agonistica ma anche rivolti alla formazione e allo sviluppo armonico del fisico. Ben presto i valori che erano alla base dello sport finirono per avere un'influenza e un significato anche nella vita quotidiana.

* * *

Nei tempi passati si evidenziava la mancanza di una riflessione pastorale attenta e approfondita sul fenomeno sportivo. Si determinava una grossa dicotomia in quanto la questione piu' si tentava di eclissarla e maggiormente si riproponeva con urgenza. In realta' la Chiesa non poteva, e non puo', scindere i momenti di vita spirituale dal fenomeno sportivo, perche' quest'ultimo risulta fortemente radicato nella vita del singolo e della societa'. Il riproporsi del tema trova giustificazione nel fatto che il messaggio cristiano pervade la vita dell'uomo in tutte le sue manifestazioni e non trascura di porre la sua attenzione a tutti i fenomeni che risultano coinvolgere gli uomini e l'ambiente esterno. Secondo il messaggio di Pio XII lo sport stesso acquista una maggiore dignita' se viene letto secondo la visuale cristiana in quanto si spoglia da una concezione arida e materialista per elevarsi ad orizzonti illuminati da raggi di mistica luce. Di fronte al fenomeni sociali che tentano ad esaltare in termini smisurati le gesta del singolo o del gruppo o di quelli che tentano di stigmatizzare alcuni fenomeni sportivi la Chiesa ripropone le sue posizioni e le sue finalita' educative: far capire agli uomini come deve essere letto il fenomeno sportivo secondo la concezione evangelica. I latini gia' parlavano di "Mens sana in corpore sano". La cura del corpo e la pratica sportiva assumono dei connotati positivi quando vengono vissuti in modo corretto e quindi privi dell'elemento aggressivo e sfrenato: non solo portano giovamento al singolo, ma educano anche l'anima e diventano occasione di incontro, di socializzazione e di educazione verso la realta' del mondo esterno. In verita', dobbiamo osservare che tutto questo e' stato uno degli obiettivi primari delle parrocchie anche in tempi in cui sembrava che mancasse una approfondita riflessione pastorale. Se questa diventa una chiave di lettura corretta del fenomeno sportivo ne consegue che bisogna mettere in risalto anche quali sono i rischi di una cattiva interpretazione. Spinto all'eccesso, il culto salutistico del corpo e dell'efficienza fisica rischia di far smarrire all'anima i valori piu' alti che devono essere, invece, alla base per una corretta chiave di lettura dello sport, dell'igiene e della salute del corpo. Dall'interpretazione erronea del fenomeno sportivo scaturisce l'istinto alla prevaricazione e alla sopraffazione. Lo sport decade in una spirale perversa per diventare un fenomeno alienante e schiavizzante. Il vinto viene schernito e umiliato e gli avversari non vengono piu' visti come uomini, ma come esseri che devono essere sopraffatti e umiliati con qualsiasi mezzo, lecito o illecito, pur di conseguire la vittoria sportiva. L'uomo perde la sua identita', viene massificato e questo diventa occasione per legittimare il sopruso e la violenza . Non bisogna trascurare , inoltre, l'influsso negativo che puo' avere sulle masse, ma soprattutto sui giovani, la figura dello sportivo famoso che conduce una vita disordinata. (9) La cura del corpo in chiave eccessiva, edonistica e narcisistica risulta un evidente caso di stoltezza, ma anche di cocenti delusioni non appena l'efficienza fisica comincia a declinare. Sono in quei momenti che lo "sportivo" vede crollare i suoi "valori" e scorge il vuoto intorno a lui. (10) Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo Internazionale degli Sportivi ha posto in risalto come la corretta visione dello sport, invece, aiuta a collocarlo al suo giusto posto nella societa'. Il fenomeno sportivo deve essere visto come momento di gioia, di festa, di socializzazione, comunicazione, integrazione e comprensione verso gli altri. In termini piu' generali, si potrebbe dire che l'avversario deve essere considerato come un nostro amico e lo sconfitto non deve essere umiliato, ma confortato ed aiutato. Bisogna far capire agli uomini che la vittoria non deve essere negata, ma si vince nel gioco e non sull'avversario. Educare alla vittoria e alla sconfitta significa rendersi conto del senso del limite e della precarieta' di tali momenti e ,quindi, imparare ad accettare con nobilta' e dignita' di comportamento entrambi gli eventi. Non bisogna trascurare, infine, che lo sport deve essere privo di finalita' utilitaristiche ed edonistiche svincolandosi dalla logica della produzione e del consumo. In conclusione lo sport deve avere una grossa valenza educativa e formativa. (11) Riconosciuta la sua importanza ne consegue la necessita' di svolgere dei percorsi educativi che devono essere svolti e promossi, in cooperazione, tra le diverse strutture presenti sul territorio (scuola, parrocchia, enti locali e associazioni sportive-ricreative laiche e religiose) in quanto l'educazione sportiva risulta un momento importante per la formazione e la crescita integrale delle nuove generazioni che si apprestano ad inserirsi nella societa'.

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NOTE
(1) Lo Sport. Pugilatori dai guanti di piombo, in "Storia illustrata", n. 204, novembre 1974 pp. 48-54.
(
2) U.E. PAOLI, Vita romana. Usi, costumi, istituzioni, tradizioni, Milano, Mondadori, 1990, pp. 217-221.
(3) P. GRIMAL, Vita quotidiana nell'antica Roma, Roma, Editori Riuniti, 1998, p. 49
(4) A. GIARDINA, Mini-Colosseo, in "Il Messaggero", 23 luglio 2000, p. 20
(5) C. VISMARA, Il supplizio come spettacolo, Mus.Civ.Rom, Vita e costumi degli antichi Romani, 11, Roma, Quasar, 1990, pp. 70-71.
(6) U.E. PAOLI, op. cit, p. 221.
(7) F. COARELLI, Roma, Roma-Bari, Laterza, 1980, pp. 327-331.
( 8) P. CHINI, Lo stadio di Domiziano, supplemento di "Forma Urbis", n. 3, Marzo 2000, pp. 19-28. S. Agnese probabilmente subi' il martirio nel 305 d.C. dopo che fu pubblicato il quarto editto di Diocleziano (304) che imponeva a tutti i cristiani dell'impero di praticare i sacrifici. Alla pubblicazione dell'editto segui' una persecuzione contro i cristiani che colpi' Roma e le altre province dell'impero con l'esclusione delle Gallie e della Britannia. Sulle vicende relative alla passiones di S. Agnese e al complesso monumentale posto sulla via Nomentana si consiglia di vedere A.P. FRUTAZ, Il complesso monumetale di S. Agnese, Roma, Nuova officina poligrafica laziale, 1992.
(9) "La vita disordinata di un "personaggio pubblico", in rapporto al denaro, alla affettivita', agli impegni familiari, alla violenza, ecc., puo' avere un 'incidenza negativa su tanti preadolescenti e giovani", NOTA PASTORALE DELLA COMMISSIONE ECCLESIALE PER LA PASTORALE DEL TEMPO LIBERO, TURISMO E SPORT, Sport e vita cristiana, Milano, Edizioni Paoline, 1995, p. 50.
(10) A. MAGGIOLINI, Regola di vita cristiana per i giovani, Piemme, 1998, p. 56.
(11) NOTA PASTORALE DELLA COMMISSIONE ECCLESIALE..., cit, passim.

            

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