I Trasteverini

 

Estratto dalla Tesi di Laurea di Pasquale Ierardi

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CAPITOLO V
I T R A S T E V E R I N I
1. Usi, costumi e vita quotidiana.
Negli ultimi trent’anni del secolo scorso Trastevere sembrava ancora un grosso villaggio. I suoi abitanti, di estrazione prevalentemente pleblea, vivevano in modo semipatriarcale e non uscivano quasi mai dal loro amato rione, o come si usava dire, non “passaveno ponte”, se non durante importanti festività cittadine. Assai ricorrente era la domanda “che, vai dentro Roma?”, come se Trastevere fosse stato un mondo a sè, una città nella città. Naturalmente la posizione periferica del rione e lo sbarramento del fiume facilitavano questo isolamento. Inoltre, molti trasteverini avevano un sentimento di superiorità, che nasceva dalla convinzione di essere i veri discendenti degli antichi Romani, e perciò evitavano il più possibile di frequentare troppo Roma, per non contaminare i loro costumi,
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le loro abitudini e perfino il loro linguaggio. Vivevano, come rilevava il Baracconi, quasi come degli isolani o dei montanari. Con i monticiani esisteva poi un tradizionale antagonismo, che in passato aveva dato luogo alle famose sassaiole al Campo Vaccino (le cosiddette “partite ai rocci”), cui partecipavano anche i rappresentanti dei rioni amici. Anche i monticiani vivevano alquanto segregati dalla restante popolazione cittadina. Gli abitanti di Monti e di Trastevere (ma anche quelli di Regola) conservavano quindi una mentalità piuttosto chiusa ed una propria identità strenuamente e ostentatamente difesa (1). Nel trentennio successivo alla “Breccia” la popolazione autoctona di Trastevere, Regola e Parione manteneva ancora una sua compattezza, anche culturale, ma ciò non impedì affatto l’integrazione dei “nuovi venuti”. Anche in passato Roma aveva, infatti, sempre accolto senza grosse difficoltà gli immigrati provenienti dalle regioni dello Stato pontificio ed anche da quelle meridionali, spe-
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(1) Cfr. A. STERLINI, o p . c i t ., pp. 6 e 25; G. BARACCONI, o p . c i t ., pp. 62-70, 104 e 466; F.BARTOCCINI, o p . c i t ., pp. 88 e 285; E. AMADEI, “La Festa de Noantri, in “Urbe”, Roma, 1967, p. 34.
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cialmente dall’Abruzzo. Di solito già la seconda generazione aveva pienamente assimilato il linguaggio, il dialetto, la mentalità, gli usi e i costumi locali (2). Ma vediamo come Alfredo Oriani (1852-1909) descriveva, pur con qualche schematizzazione, i popolani di Monti e di Trastevere nelle “Memorie inutili”, opera pubblicata nel 1876: ” Egualmente belli, eleganti e superbi di loro stessi, il trasteverino ed il montigiano si distinguono al dialetto, alla foggia di vestire, alla fisionomia. Questi spesso biondo, colla pupilla azzurra, alquanto più rozzo e montanaro, meno pronto allo scherzo, ma più difficile al coltello, appartato e lungi dal contatto dell’altra popolazione, ha meglio conservato il proprio tipo; coi forestieri poco garbato non li calcola perchè non li sfrutta, non li osserva perchè li ha sempre veduti; geloso delle proprie donne fino al delitto contro chi osa corteggiarle senza permesso, ma proclive a venderle; ignorante, ozioso, contemplativo sul genere dei lazzaroni napoletani. Quegli gaio, rumoroso millantatore, largo d’informazioni e di
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(2) F.BARTOCCINI, o p . c i t ., pp. 285 e 577-79. Sull’ immigrazione a Trastevere, si veda, i n f r a, capitolo I, paragrafo 3°.
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beffe agli stranieri, grazioso, mezzano della persona, vivacissimo di spirito quanto privo d’istruzione; devoto al papa come l’incarnazione superstiziosa di un potere divino e sua propria gloria, però incline a sbertarlo non appena si presenti l’occasione; innamorato, satirico, poeta, vizioso più che corrotto, fiero del suo ostracismo e del suo costume che disgraziatamente si va perdendo; esperto al mandolino, bigotto senza fede, papalino senza entusiasmo, amante delle risse senza ferocia. Sì le donne dell’una che dell’ altra gente sono belle; le montigiane dalla figura slanciata, il viso ovale, i capelli generalmente castani, la pelle abbrunata, le movenze rustiche, la parola acerba – tipi voluttuosi senza passione; le trasteverine floride anche troppo nel sembiante, forme rotonde, pupille nere, labbra rosse, le gote candidissime e soffuse d’incarnato, treccie nere, portamento provocante, volto statuario non molto simpatico, preste a rispondere con una insolenza ad un complimento arrischiato con soverchia temerità, eppure famigliari anche di primo tempo, niente affatto casalinghe, orgogliose più della fierezza che della onestà. Più volte entrando a
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vedervi i costumi nelle osterie, essendo che quella parte di popolo viva assolutamente fuori di casa, mi sono seduto al desco con esse e mi ha meravigliato il loro spirito frizzante, mordace, pettegolo senza monotonia, incoraggiante ad ogni sorta di proposito purchè‚ fatto con garbo. Benchè‚ meno belle delle donne di Albano e di Marino, indubbiamente il tipo più puro e leggiadro della donna italiana, le montigiane e le trasteverine possono contarsi fra le popolane più seducenti d’Europa” (3). La popolazione trasteverina, come aveva giustamente notato l’Oriani, viveva prevalentemente fuori di casa. I principali punti di ritrovo erano le chiese, le piazze e le osterie. Queste ultime erano assai frequentate di sera, soprattutto nei giorni festivi. Molti artigiani, per esempio, preferivano economizzare durante la settimana, pur di recarsi almeno la domenica all’osteria e lì spendere i pochi quattrini risparmia-
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(3) A.ORIANI, Memorie inutili, Bologna, Cappelli, 1927 I volume, pp. 324-325 (brano riportato in Antistoria di Roma Capitale . Cronaca inedita dell’ unità d ‘ Italia, a cura di A. DE JACO, Editori Riuniti, Roma, 1970, p. 14) .
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ti (4). All’osteria non andavano soltanto gli uomini, ma anche le mogli, le madri, le sorelle e i bambini, compresi i poppanti. All’ora di cena si apparecchiavano grandi tavolate familiari, capeggiate dalle madri e dalle nonne, che spesso portavano da casa fagotti colmi di pietanze già cucinate. Di solito prima del pasto si beveva un sorso di vino e nel frattempo si ordinava all’oste il primo piatto; dopo averlo mangiato si estraeva dal fagotto il secondo piatto, quasi sempre frugale. Tra un boccone e l’altro si beveva ancora del vino, riservandone un goccio anche al poppante. Alcune famiglie invece ordinavano all’oste anche il secondo, poichè‚ un pasto completo non costava che pochi soldi (5). Edmond About, romanziere e saggista francese (1828-1885), ci ha lasciato una viva descrizione di una “delle più celebri e più frequentate” osterie del rione: “Non temete nulla, che non mangeremo troppo male e non saremo mangiati. Nella sera si darà forse più di
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(4) E.ABOUT, Roma contemporanea, Milano, F.Colombo, 1861, p. 86. Cfr. anche F. BARTOCCINI, o p . c i t ., pp. 90 e 285.
(5) Cfr. A.STERLINI, o p . c i t ., p. 22 e “Il Messaggero”, 7 gennaio 1990, p. 30. (“In memoria del supplì”, articolo di Piero Accolti). Si veda anche E. DI CASTRO, o p . c i t, p.50 ed E. AMADEI, o p . c i t ., pp. 34-35.
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una coltellata, poichè‚ è giorno festivo; ma noi godremo dello spettacolo senza correre alcun rischio. Vedete uomini robusti come tori e non meno irascibili, che scagliano un pugno colla facilità con che da noi si tracanna un bicchiere d’acqua, e che nol danno mai senza avere una lama in mano. La polizia non verrà intorno a noi per proteggervi, ché‚ essa è sempre assente. D’altronde se offendeste uno di quei robusti bravacci, ei vi ammazzarebbe anche tra le braccia de’ gendarmi. Ma voi potete andare e venire in mezzo a loro, spender molto, pagar in oro, far risuonare la vostra borsa, ed uscire dopo mezza notte nelle vie più oscure, senza timore che venga in mente ad alcuno d’attentare al vostro danaro. Anzi, può dirsi meglio: questa gente vi accoglierebbe volentieri e si ristringerebbe per farvi posto. Non ci osserverebbe come bestie curiose, si presterebbe anzi molto cortesemente alla nostra curiosità, purchè‚ non sia impertinente. Non abbiamo a temere che il vicino gli ecciti a provocarsi a liti, ma guaj a noi, se per disgrazia ci facciamo noi a provocarle ! Non hanno il vino aggressivo, ma lo hanno suscettibile. Il loro amor proprio di osteria non perdona un’offesa
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nemmeno involontaria, se questa ha potuto esporli alle burle de’ loro compagni. Quando vedete una donna col proprio marito, od una fanciulla col padre, tenete gli occhi a casa vostra! E’ spesso imprudente osservare le Transteverine di sottecchi, e potrei citare più d’un curioso, che ebbe a pagarlo colla vita. In quella stessa osteria cenava anche un mugnaio del Tevere, insieme a sua moglie e a sua figlia. L’attenzione di About si appunta soprattutto su quest’ultima: ” (…) la figlia è bella, bianca come una Venere. I suoi capelli neri legati in grosse ciocche, sono tutto ciò che ha in testa. Le fanciulle di Roma non portano né‚ berretto né‚ cappello; la natura le ha acconciate caldamente per l’inverno. La mia bella mugnaja in ricambio è un pò sopraccaricata di gioje; soltanto colla sua collana e co’ suoi orecchini si pagherebbero i balzelli della repubblica di S.Marino. Un bel fazzolettino di merletto s’incrocia sul suo petto, è la moda di Trastevere. Ma la gonna è forse più gonfia che non si richiederebbe, la crinolina giunge in barca per guastarci il costume nazionale. E’ un piacere il vedere come la madre e la figlia vuotino un bicchier di vino che il padre ha
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empito fino all’orlo. I Romani allorché‚ escono dalle loro abitudini di sobrietà sono i più formidabili bevitori di tutt’Europa: vi sono poche Romane che non siano in caso di star petto agli uomini. La Transteverina la più vezzosa assorbirebbe la razione di dodici marinaj, e non vacillerebbe minimamente lasciando la tavola. E’ vero che hanno dei piedi, e che piedi ! “(6). Nelle osterie si andava soprattutto per bere o per mangiare, ma anche per combinare affari, contratti e perfino matrimoni. In questi locali giungevano frequentemente suonatori di chitarra e mandolino, assai graditi e festeggiati dai popolani i quali, per divertirsi, si mettevano allora a ballare la Forestiera o il “Saltarello”; i più virtuosi, accompagnati dall’arpeggio di chitarra, cantavano invece “da poveta”, cioè improvvisavano versi su soggetti determinati, tratti dalla storia antica o dalla mitologia, spesso parodiando il Tasso o l’Ariosto, dando vita a vivaci e avvincenti competizioni il cui unico premio era l’applauso dei presenti (7).
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(6) E. ABOUT, o p . c i t ., p. 87. (7) Ivi, pp. 91-93; A. STERLINI, o p . c i t ., p. 22; E. AMADEI, o p . c i t ., p. 34.
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All’osteria si poteva anche fare qualche partita a carte o una “passatella”, gioco che aveva spesso un esito tragico, perchè dava luogo a frequenti e accese dispute, che terminavano quasi sempre con il ferito ricoverato all’ospedale della Consolazione o addirittura con il morto, e con alcune persone imprigionate; in ultimo, veniva chiuso il locale (8). Dalle osterie non di rado si passava nei caffè‚, alcuni piuttosto sporchi, altri più belli e puliti, come quello del Politeama, ubicato tra le vie della Renella e del Moro, nei pressi dell’omonimo teatro. Come ricorda lo Sterlini, per pochi soldi vi si poteva bere un caffè, anche con latte, oppure il “mischio”
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(8) La passatella era un gioco antichissimo basato sulle bevute di vino. Bisognava innanzi tutto scegliere a sorte il “padrone”, colui cioè che avrebbe disposto del vino messo a tavola. Questi, su richiesta del “sotto” ossia del “vice padrone”), decideva a suo piacimento chi tra i presenti dovesse bere e in che modo (lentamente, tutto d’un fiato, a garganella, ecc). Di solito le liti scoppiavano quando a qualcuno dei giocatori veniva ripetutamente negato il permesso di bere, specialmente se il “padrone” accompagnava il suo rifiuto con critiche mordaci, spesso per vendicarsi di proibizioni subìte in precedenti partite o per sfogare un rancore covato da lungo tempo. A.STERLINI, o p . c i t ., p. 27; G.D’ARRIGO, Roma ; miti ; riti ; siti ; tipi, Roma, M.Spada, 1977, pp. 293-295. Cfr. anche E.ABOUT, o p . c i t ., pp. 85 e segg.
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(cioccolata e farina), l’ “aura” (latte e cioccolata) e l’ “americano”, ossia il “punch”, servito nel bicchiere (9). A Trastevere non mancavano anche alcuni luoghi di svago culturale o di mero intrattenimento. In fondo al vicolo Moroni, nei pressi di ponte Sisto, sorgeva il Politeama Romano, uno dei teatri più popolari della città. Costruito nel 1862, aveva l’aspetto di un capannone di legno, ma venne rinnovato e ampliato a più riprese, tanto che giunse a contenere oltre 3.500 spettatori; nel 1875 ebbe anche un bellissimo sipario dipinto da Onorato Carlandi, uno dei migliori pittori dell’epoca. Il teatro fu ideato per la lirica e la prosa, ma accolse pure, data la sua vastità, spettacoli di circo equestre. Nei primissimi anni vi lavorò la compagnia del romano Filippo Cristofari, rappresentandovi spettacoli piuttosto volgari, come notava lo Sterlini. Al Politeama recitarono spesso anche Adelaide Ristori con l’attore Achille Maieroni, ex combattente per la Repubblica Romana, mentre Toto Cotogni, famoso baritono trasteverino, vi cantò a favo-
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(9) A.STERLINI, o p . c i t ., pp. 27 e 31.
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re della Palestra Ginnastica di Trastevere, la prima istituzione del genere fondata a Roma. In questo teatro furono rappresentate varie opere liriche, tra le quali possiamo ricordare la “Notte di Valperga” del Gounod nel 1879 e il “Rienzi” di Wagner l’anno seguente, entrambe in prima per Roma. Nel 1883 purtroppo il Politeama dovette essere demolito per i lavori del Lungotevere, seguendo così la stessa sorte toccata al più famoso “Apollo” a Tordinona (10).
Nell’ultimo scorcio dell’Ottocento in viale del Re fu aperto inoltre un teatro intitolato a Pietro Cossa, noto drammaturgo romano 1830-1881; lo stabile, c ostruito in muratura e in legno e ricoperto di una semplice tettoia, aveva una capienza di 800 posti. Vi si davano spettacoli di vario genere, tutti a carattere popolaresco, adatti ai gusti della gente del rione. Al n. 11 di piazza Apollonia esisteva invece un teatrino chiamato “S.Apolonia” e successivamente “G.G. Belli” e “Amor”; occupava un locale angusto ( già sede di un’ associazione politica che aveva ospitato Garibaldi nel
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(10) S.DELLI, o p . c i t ., pp. 653 e 822; A.STERLINI, o p . c i t ., pp. 18-19; V. CIANFARANI, o p . c i t ., p. 46; L.GIGLI, o p . c i t ., parte II, 1980, p. 40.
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1875 ed era privo di ogni moderna attrezzatura; alla fine fu chiuso, perchè non ritenuto piùidoneo alle pubbliche rappresentazioni. Un altro piccolo teatro era il “Tiberino” (ex Muzio Scevola) presso S.Dorotea, che nel 1896 fu acquistato dalla Società operaia cattolica di mutuo soccorso “La Tiberina” per la propria filodrammatica. Occorre, infine, ricordare che nel rione erano presenti anche alcuni teatri di burattini (11) .
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(11) A.STERLINI, o p . c i t ., pp. 45-46; L.HUETTER, Q u a n d o T r a s t e v e r e  s i  d i v e r t i- va, cit., pp. 59-63; S.DELLI, o p . c i t ., pp. 91 e 920. Per la società “La Tiberina” si veda infra, capitolo III, paragrafo 5°.
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