Cecilia Metella

 

NOME: Complesso funerario di Cecilia Metella e del Castrum Caetani . Le strutture furono edificate su un ampio tavolato di origine vulcanica, in particolare in coincidenza della fronte della colata di lava di Capo di Bove che interessò il Vulcano Laziale.

DESCRIZIONE E STORIA: Il monumento funerario di Cecilia Metella è il più noto e meglio conservato della Via Appia. Il mausoleo è formato da un tamburo circolare (diametro 29,5 metri, altezza 11 metri) che si colloca sopra un basamento quadrangolare in calcestruzzo spoglio, ormai, dei rivestimenti esterni. Sul monumento funerario di Cecilia Metella si scorge un’iscrizione dove si legge il seguente testo: Ceciliae Q(uinti) Cretici Metellae Crassi. L’iscrizione allude ad una Cecilia Metella figlia di Quinto Metello Cretico e moglie di Crasso. [Omissis ]. Il Crasso citato nell’iscrizione probabilmente è Marco Licinio Crasso: il figlio dell’omonimo generale romano che represse la ribellione dei pirati guidati da Spartaco, che fu triunviro e che fu sconfitto a Carre. Il marito di Cecilia Metella si distinse in Gallia tanto che Cesare gli affidò l’amministazione della Cisalpina per l’anno 49 a.C. [Omissis]. Per quanto riguarda la moglie, Cecilia Metella, le fonti si dimostrano avare di notizie: quello che ci rimane è la sola iscrizione presente sul mausoleo. Nessuna informazione abbiamo sulla sua urna cineraria e per quanto riguarda il presunto “Sarcofago di Cecilia Metella” conservato nel cortile di Palazzo Farnese anche se fosse stato rinvenuto sulla via Appia niente ci fa pensare che appartenesse al mausoleo.

Nel 1303 fu costruito il castrum Caetani che si addossò al mausoleo in modo da costruirne un unico complesso. Si costituì una residenza di tipo signorile con evidenti scopi difensivi: nelle vicinanze venne costruita nel 1303 anche la chiesa di S. Nicola che doveva costituire la parrocchia del villaggio della famiglia Caetani che deteneva dei possedimenti nel basso Lazio e in Campania. Con il declino dei Caetani l’intero complesso passò nelle mani di altre famiglie: i Savelli, i Colonna, gli Orsini, i De Lenis, i Cenci. Parte della tenuta fu ceduta anche all’ospedale del Santissimo Salvatore che insieme alla famiglia Cenci lo sfruttava per finalità agricole. Nel 1797 l’ospedale cede le sue tenute ai principi Torlonia i quali acquistano anche altri fondi. I primi restauri al monumento, che aveva subito numerose spoliazioni, furono effettuati da Luigi Canina (1850-1853) e poi in modo più sistematico da Antonio Muñoz (1909-1913). Fu per iniziativa del Muñoz che si cominciarono a raccogliere e risistemare nelle quinte murarie gli oggetti che erano sparsi in depositi provvisori o quelli rinvenuti negli scavi presso la zona di Forte Appio. Nella parte superiore del mausoleo si svolge una decorazione che ha degli espilici richiami alla sfera sacrificale: troviamo teschi di bue e ghirlande di fiori e frutta. Al di sopra di quest’ultime si trova un recipiente usato per versare dei liquidi sugli altari o in alternativa un rosone. Al di sopra dell’iscrizione si trova un pannello che raffigura un trofeo di armi che sorregge due scudi che sovrasta un barbaro prigioniero. L’analisi compiuta sugli scudi ha permesso di identificarli al modello celtico cosa che rievoca le imprese compiute nelle Gallie al seguito di Cesare compiute dal marito della defunta. Lungo la facciata principale furono realizzate delle quinte in muratura che ospitano i frammenti rinvenuti sulla via Appia. [Omissis]

 

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